mercoledì 21 gennaio 2015

La società del divertimento

Si dovrebbe essere assolutamente consapevoli che la realtà che ci circonda, con i suoi agi e disagi è il risultato, in alta percentuale, di precise scelte politiche. Se i giovani sono ormai da decenni coinvolti dall'industria del divertimento, fondata su discoteche, ristorazione alla moda, vacanze, smartphone, sesso, droghe e via dicendo, ciò è dovuto alle scelte politiche che sono state compiute a tutti i livelli in un passato ormai non più recente. La vera svolta, secondo noi, è venuta verso la fine degli anni Settanta, quando, per disinnescare la carica esplosiva delle contestazioni giovanili, è stata data mano libera a chi era pronto a proporre, o propinare, ai giovani miti e mode fatti di note e di illusioni. Quella è anche l'epoca dell'affermazione, su scala almeno continentale, della televisione commerciale e del calcio giocato praticamente ogni giorno della settimana a tutte le ore.
L'eccezionale forza conservatrice dei divertimenti di massa era stata già intuita da Erodoto nel V secolo a. C., molto prima che a Roma si praticasse la politica del panem et circenses. Lasciamo a lui la parola, premettendo qualche nota introduttiva. Siamo nel VI secolo a. C. Il regno di Lidia è caduto ed è stato annesso all'impero persiano. Ciro il Grande ha imposto come governatore Tàbalo, un suo fiduciario; poi ha fatto ritorno verso la Persia portando con sé il vecchio re della Lidia, Creso, che lo accompagnerà sempre come fidato consigliere. Ad un certo punto giunge la notizia che Pactie si è messo a capo di una rivolta dei Lidi contro Ciro, che a quel punto vorrebbe cancellare per sempre i Lidi dalla faccia della terra. Ciò che accade allora ce lo racconta Erodoto stesso: il consiglio che Creso fornisce a Ciro è davvero impressionante. Aggiungiamo, per comodità dei lettori, una nostra traduzione, che non ha alcuna pretesa qualitativa.


CLIV. [1] ὡς δὲ ἀπήλασε ὁ Κῦρος ἐκ τῶν Σαρδίων, τοὺς Λυδοὺς ἀπέστησε ὁ Πακτύης ἀπό τε Ταβάλου καὶ Κύρου, καταβὰς δὲ ἐπὶ θάλασσαν, ἅτε τὸν χρυσὸν ἔχων πάντα τὸν ἐκ τῶν Σαρδίων, ἐπικούρους τε ἐμισθοῦτο καὶ τοὺς ἐπιθαλασσίους ἀνθρώπους ἔπειθε σὺν ἑωυτῷ στρατεύεσθαι. ἐλάσας δὲ ἐπὶ τὰς Σάρδις ἐπολιόρκεε Τάβαλον ἀπεργμένον ἐν τῇ ἀκροπόλι.

CLV. [1] πυθόμενος δὲ κατ᾽ ὁδὸν ταῦτα ὁ Κῦρος εἶπε πρὸς Κροῖσον τάδε. «Κροῖσε, τί ἔσται τέλος τῶν γινομένων τούτων ἐμοί; οὐ παύσονται Λυδοί, ὡς οἴκασι, πρήγμάτα παρέχοντες καὶ αὐτοὶ ἔχοντες. φροντίζω μὴ ἄριστον ᾖ ἐξανδραποδίσασθαι σφέας. ὁμοίως γὰρ μοι νῦν γε φαίνομαι πεποιηκέναι ὡς εἴ τις πατέρα ἀποκτείνας τῶν παίδων αὐτοῦ φείσατο· [2] ὡς δὲ καὶ ἐγὼ Λυδῶν τὸν μὲν πλέον τι ἢ πατέρα ἐόντα σὲ λαβὼν ἄγω, αὐτοῖσι δὲ Λυδοῖσι τὴν πόλιν παρέδωκα, καὶ ἔπειτα θωμάζω εἰ μοι ἀπεστᾶσι.» ὃ μὲν δὴ τά περ ἐνόεε ἔλεγε, ὃ δ᾽ ἀμείβετο τοῖσιδε, δείσας μὴ ἀναστάτους ποιήσῃ τὰς Σάρδις. [3] «ὦ βασιλεῦ, τὰ μὲν οἰκότα εἴρηκας, σὺ μέντοι μὴ πάντα θυμῷ χρέο, μηδὲ πόλιν ἀρχαίην ἐξαναστήσῃς ἀναμάρτητον ἐοῦσαν καὶ τῶν πρότερον καὶ τῶν νῦν ἑστεώτων. τὰ μὲν γὰρ πρότερον ἐγώ τε ἔπρηξα καὶ ἐγὼ κεφαλῇ ἀναμάξας φέρω· τὰ δὲ νῦν παρεόντα Πακτύης γὰρ ἐστὶ ὁ ἀδικέων, τῷ σὺ ἐπέτρεψας Σάρδις, οὗτος δότω τοι δίκην. [4] Λυδοῖσι δὲ συγγνώμην ἔχων τάδε αὐτοῖσι ἐπίταξον, ὡς μήτε ἀποστέωσι μήτε δεινοί τοι ἔωσι· ἄπειπε μέν σφι πέμψας ὅπλα ἀρήια μὴ ἐκτῆσθαι, κέλευε δὲ σφέας κιθῶνάς τε ὑποδύνειν τοῖσι εἵμασι καὶ κοθόρνους ὑποδέεσθαι, πρόειπε δ᾽ αὐτοῖσι κιθαρίζειν τε καὶ ψάλλειν καὶ καπηλεύειν παιδεύειν τοὺς παῖδας. καὶ ταχέως σφέας ὦ βασιλεῦ γυναῖκας ἀντ᾽ ἀνδρῶν ὄψεαι γεγονότας, ὥστε οὐδὲν δεινοί τοι ἔσονται μὴ ἀποστέωσι.»

CLVI. [1] Κροῖσος μὲν δὴ ταῦτά οἱ ὑπετίθετο, αἱρετώτερα ταῦτα εὑρίσκων Λυδοῖσι ἢ ἀνδραποδισθέντας πρηθῆναι σφέας, ἐπιστάμενος ὅτι ἢν μὴ ἀξιόχρεον πρόφασιν προτείνῃ, οὐκ ἀναπείσει μιν μεταβουλεύσασθαι, ἀρρωδέων δὲ μὴ καὶ ὕστερον κοτὲ οἱ Λυδοί, ἢν τὸ παρεὸν ὑπεκδράμωσι, ἀποστάντες ἀπὸ τῶν Περσέων ἀπόλωνται. [2] Κῦρος δὲ ἡσθεὶς τῇ ὑποθήκῃ καὶ ὑπεὶς τῆς ὀργῆς ἔφη οἱ πείθεσθαι. καλέσας δὲ Μαζάρεα ἄνδρα Μῆδον, ταῦτά τέ οἱ ἐνετείλατο προειπεῖν Λυδοῖσι τὰ ὁ Κροῖσος ὑπετίθετο, καὶ πρὸς ἐξανδραποδίσασθαι τοὺς ἄλλους πάντας οἳ μετὰ Λυδῶν ἐπὶ Σάρδις ἐστρατεύσαντο, αὐτὸν δὲ Πακτύην πάντως ζῶντα ἀγαγεῖν παρ᾽ ἑωυτόν.



CLIV. Come Ciro si fu allontanato da Sardi, Pactie fece defezionare i Lidi da Ciro e da Tabalo e, dopo esser disceso al mare, poiché disponeva di tutto l'oro di Sardi, andava arruolando mercenari e cercava di convincere le genti rivierasche a compiere una spedizione insieme con lui. Spintosi fino a Sardi, assediava Tabalo che si era asserragliato sull'acropoli.

CLV. Ciro, venuto a conoscenza di questi fatti mentre si trovava in viaggio, si rivolse a Creso in questi termini: "Creso, quale conclusione ci sarà per me di questi avvenimenti? I Lidi non smetteranno, a quanto sembra, di darmi fastidi e di averne essi stessi. Sto meditando di ridurli in schiavitù. Infatti ora almeno mi sembra di aver fatto proprio come se avessi ucciso il padre e risparmiato i suoi figli. Così io, da una parte, ho preso prigioniero e porto con me te, che dei Lidi sei più di un padre, dall'altra ho consegnato agli stessi Lidi la loro città, e poi mi meraviglio se mi si rivoltano contro. L'uno appunto pensava e diceva queste cose, l'altro gli rispondeva in questi termini, temendo che distruggesse Sardi: "O Re, tu hai espresso il tuo pensiero, ma tu non abbandonarti completamente alla collera e non distruggere un'antica città che è incolpevole sia degli avvenimenti precedenti sia dell'attuale rivolta. Infatti io ho compiuto le azioni di prima e io le sto scontando con la mia testa, invece dei fatti presenti è colpevole Pactie, al quale tu avevi affidato Sardi: costui ti paghi il fio. Tu, usando clemenza verso i Lidi, ordina loro queste cose, affiché non ci sia pericolo che ti si ribellino: manda ambasciatori a proibire loro di possedere armi da guerra, comanda invece che indossino chitoni sotto i mantelli, che portino ai piedi alte calzature allacciate, ordina che insegnino ai figli a suonare la cetra, a danzare  e ad esercitare il commercio al minuto. E in breve tempo li vedrai, o Re, diventati donne da uomini che erano, cosicché non ci sarà più nessun pericolo che ti si ribellino".

CLI. Creso andava suggerendo a lui queste cose, trovando che era preferibile per i Lidi una tale soluzione anziché essere venduti schiavi, sapendo che se non gli avesse fatto una proposta valida non lo avrebbe convinto a cambiare le sue intenzioni, temendo che anche in futuro i Lidi, se fossero riusciti a sfuggire al castigo di quel momento, si sarebbero ribellati ai Persiani e sarebbero stati annientati. Ciro, ascoltato il consiglio e deposta l'ira, gli rispose che si era lasciato convincere. Chiamato il medo Mazare, lo incaricò di ordinare ai Lidi quello che Creso suggeriva e di condurre in ogni modo Pactie vivo al suo cospetto.
 

Erodoto, Storie, I, 154-156

lunedì 18 agosto 2014

Famiglie senza figli


Le notizie fatte di cifre spesso non si capiscono, così passano inosservate o si dimenticano presto. Quando la notizia del decremento inesorabile delle famiglie con figli è apparsa qualche settimana fa, noi ci siamo affrettati a “catturarla” e a trascriverla per aprire questo commento con cui ricominciamo ad intervenire sul nostro blog. Ecco la notizia, la fonte è proprio l’ISTAT:

+10% FAMIGLIE
SENZA FIGLI IN 10 ANNI
Diminuiscono le coppie con figli mentre crescono le famiglie senza figli e i nuclei monogenitore. E’ il trend confermato dall’Istat nel Censimento popolazione 2011.
Le famiglie sono 24.611.766, di cui 7.667.305 formate da una persona sola e 3.304.078 da famiglie non unipersonali senza vincolo di coppia. Prevalgono ancora la coppie con figli (8.766.690), ma rappresentano il 52,7% dei nuclei familiari contro il 57,5% del Censimento 2001. Rilevate 5.230.296 coppie senza figli (31,4% del totale dei nuclei familiari), in aumento del 10% rispetto al 2001.

Le famiglie quindi generano sempre meno figli. Le coppie "scoppiano" e aumentano le famiglie con un solo genitore, che, il più delle volte, non genera altri figli. Lasciamo come sempre ad economisti, sociologi, demografi indagare sulle cause di tutto questo, tanto per non fare del moralismo, che non ha mai cambiato nulla, e passiamo a proporre una riflessione su un passo del nostro amato Petronio, tratto dalla seconda parte del Satyricon che possediamo. Encolpio e i suoi compagni, Eumolpo e Gìtone, hanno fatto naufragio sulle coste di Crotone, antica città greca. Un contadino da essi incontrato li informa che la città, una volta opulenta, sta morendo di un male misterioso: nessuno vuole più figli. Chi si attenta ad averne e ad allevarne è messo ai margini della società (In hac urbe nemo liberos tollit, quia quisquis suos heredes habet, non ad cenas, non ad spectacula admittitur, sed omnibus prohibetur commodis, inter ignominiosos latitat). I valori tradizionali della società romana, frugalitas sanctique mores, sono messi al bando. Gli abitanti si dividono in due categorie, i truffatori e i truffati (Nam aut captantur aut captant). Chi non si è mai sposato e, soprattutto, non ha mai avuto figli è tenuto nella massima considerazione… S'intende, solo perché i cacciatori di eredità ne hanno tutto l'interesse. La città è, infatti, come una campagna durante una pestilenza: ci sono solo corvi che sbranano e cadaveri che vengono sbranati. Encolpio e gli altri faranno presto ad acclimatarsi a Crotone, entrando subito a far parte della schiera "giusta", quella dei truffatori…
Sì, per tutto il romanzo ci sembra circolare un'aria di nostalgia per quel paradiso perduto che è stato il passato glorioso di Roma. Encolpio, e le varie figure di "amici" a cui si accompagna, ci sono sempre sembrati come angeli decaduti e precipitati nel fango di un presente immedicabile. Non si può risalire in cielo, ma solo adattarsi al fango in cui si vive, e questo può riuscire più o meno bene, come insegnano le vicende del testo…
La tentazione di usare questo brano come "chiave di lettura" istintiva del mondo in cui viviamo è irresistibile per noi, mentre stiamo scrivendo. Ci sentiamo assediati da chi cerca di venderci qualcosa per sopravvivere. Mettere al mondo figli ci sembra, sotto ogni profilo, un azzardo, ma, nello stesso tempo, abbiamo terrore della solitudine, specie se l'età avanza… Assaporiamo quindi le parole di Petronio e tutta l'inquietudine che da esse deriva:

[CXVI] Hoc peracto libenter officio destinatum carpimus iter, ac momento temporis in montem sudantes conscendimus, ex quo haud procul impositum arce sublimi oppidum cernimus. Nec quid esset sciebamus errantes, donec a vilico quodam Crotona esse cognovimus, urbem antiquissimam et aliquando Italiae primam. Cum deinde diligentius exploraremus qui homines inhabitarent nobile solum, quodve genus negotiationis praecipue probarent post attritas bellis frequentibus opes: "O mi, inquit, hospites, si negotiatores estis, mutate propositum aliudque vitae praesidium quaerite. Sin autem urbanioris notae homines sustinetis semper mentiri, recta ad lucrum curritis. In hac enim urbe non litterarum studia celebrantur, non eloquentia locum habet, non frugalitas sanctique mores laudibus ad fructum perveniunt, sed quoscunque homines in hac urbe videritis, scitote in duas partes esse divisos. Nam aut captantur aut captant. In hac urbe nemo liberos tollit, quia quisquis suos heredes habet, non ad cenas, non ad spectacula admittitur, sed omnibus prohibetur commodis, inter ignominiosos latitat. Qui vero nec uxores unquam duxerunt nec proximas necessitudines habent, ad summos honores perveniunt, id est soli militares, soli fortissimi atque etiam innocentes habentur. Adibitis, inquit, oppidum tanquam in pestilentia campos, in quibus nihil aliud est nisi cadavera quae lacerantur, aut corvi qui lacerant." <. . .> (Petronio, Satyricon, CXVI)


Andrea Salvini

lunedì 19 maggio 2014


Tanta tamque corrupta civitas

[12] Postquam divitiae honori esse coepere et eas gloria, imperium, potentia sequebatur, hebescere virtus, paupertas probro haberi, innocentia pro malevolentia duci coepit. Igitur ex divitiis iuventutem luxuria atque avaritia cum superbia invasere: rapere, consumere, sua parvi pendere, aliena cupere, pudorem, pudicitiam, divina atque humana promiscua, nihil pensi neque moderati habere. Operae pretium est, cum domos atque villas cognoveris in urbium modum exaedificatas, visere templa deorum, quae nostri maiores, religiosissumi mortales, fecere. Verum illi delubra deorum pietate, domos suas gloria decorabant neque victis quicquam praeter iniuriae licentiam eripiebant. At hi contra, ignavissumi homines, per summum scelus omnia ea sociis adimere, quae fortissumi viri victores reliquerant: proinde quasi iniuriam facere id demum esset imperio uti.

[13] Nam quid ea memorem, quae nisi iis, qui videre, nemini credibilia sunt: a privatis compluribus subvorsos montis, maria constrata esse? Quibus mihi videntur ludibrio fuisse divitiae: quippe, quas honeste habere licebat, abuti per turpitudinem properabant. Sed lubido stupri, ganeae ceterique cultus non minor incesserat: viri muliebria pati, mulieres pudicitiam in propatulo habere; vescendi causa terra marique omnia exquirere; dormire prius, quam somni cupido esset; non famem aut sitim, neque frigus neque lassitudinem opperiri, sed ea omnia luxu antecapere. Haec iuventutem, ubi familiares opes defecerant, ad facinora incendebant: animus inbutus malis artibus haud facile lubidinibus carebat; eo profusius omnibus modis quaestui atque sumptui deditus erat.

(Sallustio, De Catilinae coniuratione, 12-13)

Continuando a parlare di corruzione nella vita pubblica, facciamo un salto all'indietro di un secolo rispetto a Petronio e troviamo un altro scrittore da noi prediletto, ossia Sallustio. Questi, nel famoso excursus dedicato alla storia di Roma, traccia il profilo di una decadenza ineluttabile dei costumi. Da quando le ricchezze hanno determinato il peso politico di singoli e gruppi, la corruzione è dilagata a Roma. Le parole di Sallustio per essere apprezzate davvero, andrebbero centellinate una per una e messe a confronto con la realtà quotidiana in cui ogni giorno ci dibattiamo come in un fiume inquinato che ci trascina inesorabilmente. Le più impressionanti ci sembrano indubbiamente le prime che abbiamo riportato: Postquam divitiae honori esse coepere et eas gloria, imperium, potentia sequebatur, hebescere virtus, paupertas probro haberi, innocentia pro malevolentia duci coepit. Igitur ex divitiis iuventutem luxuria atque avaritia cum superbia invasere. La virtù si è indebolita, la povertà è stata considerata come una vergogna obbrobriosa. Di conseguenza la gioventù è stata assalita dall'amore per il lusso, dall'avidità e dalla superbia.
Sallustio, come sappiamo, non era innocente: anche lui ha sperimentato i vizi dei giovani del suo tempo e si era arricchito all'ombra di Cesare. Ha avuto tuttavia il merito di pentirsi e di osservare lucidamente la storia che ha portato Roma all'instaurazione del principato. Il prossimo passo per il nostro paese e l'Europa non sarà forse la costituzione di un potere forte e non controllabile democraticamente? Talvolta solo questo sembra l'antidoto al degrado totale. Sottolineiamo: "sembra"...

Andrea Salvini

lunedì 12 maggio 2014


Corruzione e nostalgia


[XLIV] Haec Phileros dixit, illa Ganymedes: "Narrat is quod nec ad terram pertinet, cum interim nemo curat quid annona mordet. Non mehercules hodie buccam panis invenire potui. Et quomodo siccitas perseverat! Iam annum esuritio fuit. Aediles male eveniat, qui cum pistoribus colludunt: 'Serva me, servabo te.' Itaque populus minutus laborat; nam isti maiores maxillae semper Saturnalia agunt. O si haberemus illos leones, quos ego hic inveni, cum primum ex Asia veni. Illud erat vivere. <Si mila Siciliae si inferior esset> larvas sic istos percolopabant, ut illis Iuppiter iratus esset. Sed memini Safinium; tunc habitabat ad arcum veterem, me puero: piper, non homo. Is quacunque ibat, terram adurebat. Sed rectus, sed certus, amicus amico, cum quo audacter posses in tenebris micare. In curia autem quomodo singulos pilabat. Nec schemas loquebatur sed directum. Cum ageret porro in foro, sic illius vox crescebat tanquam tuba. Nec sudavit unquam nec expuit; puto enim nescio quid Asiadis habuisse. Et quam benignus resalutare, nomina omnium reddere, tanquam unus de nobis! Itaque illo tempore annona pro luto erat. Asse panem quem emisses, non potuisses cum altero devorare. Nunc oculum bublum vidi maiorem. Heu heu, quotidie peius! Haec colonia retroversus crescit tanquam coda vituli. Sed quare nos habemus aedilem trium cauniarum, qui sibi mavult assem quam vitam nostram? Itaque domi gaudet, plus in die nummorum accipit quam alter patrimonium habet. Iam scio unde acceperit denarios mille aureos. Sed si nos coleos haberemus, non tantum sibi placeret. Nunc populus est domi leones, foras vulpes. Quod ad me attinet, iam pannos meos comedi, et si perseverat haec annona, casulas meas vendam. Quid enim futurum est, si nec dii nec homines eius coloniae miserentur? Ita meos fruniscar, ut ego puto omnia illa a diibus fieri. Nemo enim caelum caelum putat, nemo ieiunium servat, nemo Iovem pili facit, sed omnes opertis oculis bona sua computant. Antea stolatae ibant nudis pedibus in clivum, passis capillis, mentibus puris, et Iovem aquam exrabant. Itaque statim urceatim plovebat: aut tunc aut nunquam, et omnes ridebant udi tanquam mures. Itaque dii pedes lanatos habent, quia nos religiosi non sumus. Agri iacent. . .
(Petronio, Satyricon, XLIV]

Pochi scritti come il Satyricon di Petronio sanno trasmetterci il languore voluttuoso della decadenza. Non c'è un solo personaggio assolutamente positivo in tutto il romanzo. Tutti sembrano aggirarsi sorridendo in un fango morale. Ogni tanto guardano al cielo, o al passato, come ad un paradiso perduto per sempre. Anche noi ci sentiamo a volte così, quando ci lasciamo avvolgere impotenti dalle notizie di episodi di corruzione che ci soffocano senza che riusciamo a vederne una possibile via d'uscita.
Durante la Cena di Trimalchione, come noto, ad un certo punto l'ospite si assenta per recarsi ad espletare le funzioni fisiologiche e i commensali restano soli a parlare tra di loro in un modo illetterato, istintivo, materiale, eppure tanto affascinante per il lettore odierno. Ganimede è uno di questi: non è riuscito a trovare neanche una briciola da mangiare ed è venuto a casa di Trimalchione. Nella sua piccola città di provincia gli amministratori pubblici divorano il popolo, sono tutti mascelle e per loro è sempre l'ora dei Saturnali... (Aediles male eveniat, qui cum pistoribus colludunt: 'Serva me, servabo te.' Itaque populus minutus laborat; nam isti maiores maxillae semper Saturnalia agunt). Quando c'era appena venuto dall'Asia gli aediles erano dei veri leoni (O si haberemus illos leones, quos ego hic inveni, cum primum ex Asia veni. Illud erat vivere).
In questa crisi che ci attanaglia da anni, crisi soprattutto morale come da molti è stato autorevolmente detto, quanti hanno continuato a lamentarsi come Ganimede, cercando di vivacchiare alla meno peggio? Ganimede più avanti dice un'altra cosa importante: la gente è leone in casa e volpe fuori...  (Nunc populus est domi leones, foras vulpes.). Non sarà questo il vero male dell'Italia?

Andrea Salvini

lunedì 5 maggio 2014


Ottocentomila

[41] Multa nunc mihi de huiuscemodi rebus loquendi facultas foret, si non secundum omnes homines apud unius cuiusque mentem conscientia secreta loqueretur. 2 inruptae sunt Hispaniae, caedes uastationesque passae sunt: nihil quidem nouum, hoc enim nunc per biennium illud, quo hostilis gladius saeuiit, sustinuere a barbaris, quod per ducentos quondam annos passae fuerant a Romanis, quod etiam sub Gallieno imperatore per annos propemodum duodecim Germanis euertentibus exceperunt. 3 uerumtamen quis non se, qui sui suorumque actuum uel etiam cogitationum conscius iudicia Dei metuit, iuste omnia passum uel etiam parua sustinuisse fateatur? aut qui se non intellegit Deumque non metuit, quomodo non iuste ista et quidem parua sustinuit? 4 quae cum ita sint, illud tamen clementia Dei eadem pietate, qua dudum praedixerat, procurauit, ut secundum euangelium suum, quo incessabiliter commonebat: cum uos persecuti fuerint in una ciuitate, fugite in aliam, quisque egredi atque abire uellet, ipsis barbaris mercennariis ministris ac defensoribus uteretur. 5 hoc tunc ipsi ultro offerebant; et qui auferre omnia interfectis omnibus poterant, particulam stipendii ob mercedem seruitii sui et transuecti oneris flagitabant. et hoc quidem a plurimis factum est. 6 qui autem non crediderunt euangelio Dei quasi contumaces, uel si etiam non audierunt dupliciter contumaces, non dederunt locum irae, iuste a superueniente ira conprehensi et oppressi sunt. 7 quamquam et post hoc quoque continuo barbari exsecrati gladios suos ad aratra conuersi sunt residuosque Romanos ut socios modo et amicos fouent, ut inueniantur iam inter eos quidam Romani, qui malint inter barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem sustinere. 8 quamquam si ob hoc solum barbari Romanis finibus inmissi forent, quod uulgo per orientem et occidentem ecclesiae Christi Hunis Suebis Vandalis et Burgundionibus diuersisque innumeris credentium populis replentur, laudanda et adtollenda misericordia Dei uideretur, quandoquidem, etsi cum labefactione nostri, tantae gentes agnitionem ueritatis acciperent, quam inuenire utique nisi hac occasione non possent. 9 quid enim damni est Christiano ad uitam aeternam inhianti, huic saeculo quolibet tempore et quoquo pacto abstrahi? quid autem lucri est pagano in medio Christianorum aduersus fidem obdurato, si paulo diutius diem protrahat, quandoque morituro, cui desperata conuersio est? (Paolo Orosio, Historiae adversum paganos, VII, 41)


Forse pochi testi come quello di Paolo Orosio sono capaci di farci assaporare che cosa sia stata la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Ne abbiamo riportato un lacerto abbastanza esteso, che si colloca non a caso nelle ultime pagine della sua opera. Ancora oggi ci si domanda che cosa abbia davvero causato la fine di un colosso politico e militare come quello, una vera superpotenza del mondo antico. Confessiamolo: è un incubo che ci assilla da quando siamo venuti a sapere di questa fase della storia, magari sui banchi delle elementari.
Ora, siamo ormai abituati a dimenticare le notizie del telegiornale. Chi si ricorda che qualche giorno fa è stato autorevolmente affermato che circa ottocentomila migranti sono pronti a partire dal Nordafrica verso le nostre coste? Chi è che non è stato percorso da un brivido di paura a sentire queste parole? Qualcuno ha ripensato sicuramente ai suoi ricordi scolastici. Poi ci siamo tutti rituffati nei problemi del quotidiano, fra crisi e dibattiti calcistici o politici... Ci sembra particolarmente interessante ciò che Orosio ci fa sapere al paragrafo 7: dopo le devastazioni i Barbari hanno trasformato le loro spade in aratri e hanno accolto i Romani superstiti come amici e alleati. In queste zone ormai passate ai Barbari, si trovano addirittura dei Romani che preferiscono vivere poveri e liberi, piuttosto che come sudditi dell'Impero continuamente angustiati dalle tasse (inueniantur iam inter eos quidam Romani, qui malint inter barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem sustinere). Il culmine si raggiunge subito dopo, al paragrafo 8: le chiese si sono riempite di nuovi credenti, Unni, Vandali, Svevi, Burgundi, al punto che bisogna rendere gloria a Dio... (uulgo per orientem et occidentem ecclesiae Christi Hunis Suebis Vandalis et Burgundionibus diuersisque innumeris credentium populis replentur, laudanda et adtollenda misericordia Dei uideretur).
Che sia questa la vera soluzione, anche oggi?

Andrea Salvini

domenica 27 aprile 2014


Che cos'è il letterato?

λέγουσι γὰρ δήπουθεν πρὸς ἡμᾶς οἱ ποιηταὶ ὅτι ἀπὸ κρηνῶν μελιρρύτων ἐκ Μουσῶν κήπων [534b] τινῶν καὶ ναπῶν δρεπόμενοι τὰ μέλη ἡμῖν φέρουσιν ὥσπερ αἱ μέλιτται, καὶ αὐτοὶ οὕτω πετόμενοι· καὶ ἀληθῆ λέγουσι. κοῦφον γὰρ χρῆμα ποιητής ἐστιν καὶ πτηνὸν καὶ ἱερόν, καὶ οὐ πρότερον οἷός τε ποιεῖν πρὶν ἂν ἔνθεός τε γένηται καὶ ἔκφρων καὶ ὁ νοῦς μηκέτι ἐν αὐτῶι ἐνῆι· (Platone, Ione, 534a-534b)

Ci è venuto il desiderio di porci una domanda oggi decisamente fuori moda e fuori luogo: che cos'è il letterato oggi, quale dovrebbe essere il suo ruolo nella società attuale? I best-sellers si trovano al supermercato, hanno copertine invitanti, rilegature di pregio, costano poco... Hanno fascette che testimoniano i premi vinti, le tirature altissime... Pensiamo faccia ancora bene ricordare qualche antica definizione di letterato e riflettere sulle suggestioni che esse ci ispirano. Platone riesce a suscitarci ancora qualche brivido, informandoci che il letterato è una entità leggera, alata e sacra, che non riesce a creare nulla se il dio non lo ispira venendo per un attimo a vivere in lui: κοῦφον γὰρ χρῆμα ποιητής ἐστιν καὶ πτηνὸν καὶ ἱερόν, καὶ οὐ πρότερον οἷός τε ποιεῖν πρὶν ἂν ἔνθεός τε γένηται καὶ ἔκφρων καὶ ὁ νοῦς μηκέτι ἐν αὐτῶι ἐνῆι.
Nessuno oggi si riconoscerebbe seriamente nella definizione platonica. Pensiamo invece che abbia ancora un valore assolutamente accettabile la lezione che Giovanni Berchet ci forniva, con atteggiamento paterno, nella Lettera semiseria di Grisostomo. Ricordiamo che essa si inseriva nel contesto della irruzione che la letteratura romantica europea compì in Italia dopo la Restaurazione. Quella romantica è stata, a nostro parere, una delle poche rivoluzioni che abbia proficuamente raggiunto il suo scopo nel nostro paese. Il letterato deve scrivere per tutti, interpretando i "problemi" di chi vive ogni giorno la battaglia della vita e non ha tempo o modo di scrivere per esprimersi. Oggi ci pare che molti letterati, soprattutto poeti, si siano ritirati in un loro mondo a celebrare un culto squisito della parola intessuto di calligrafie sublimi, con il risultato che il loro numero rischia di divenire superiore a quello dei lettori. A questi amici di parola riproponiamo per concludere la lettura di alcune righe berchettiane.

"Tutti gli uomini, da Adamo in giú fino al calzolaio che ci fa i begli stivali, hanno nel fondo dell’anima una tendenza alla Poesia. Questa tendenza, che in pochissimi è attiva, negli altri non è che passiva; non è che una corda che risponde con simpatiche oscillazioni al tocco della prima. La natura, versando a piene mani i suoi doni nell’animo di que’ rari individui ai quali ella concede la tendenza poetica attiva, pare che si compiaccia di crearli differenti affatto dagli altri uomini in mezzo a cui li fa nascere. Di qui le antiche favole sulla quasi divina origine de’ poeti, e gli antichi pregiudizi sui miracoli loro, e l’«est Deus in nobis». Di qui il piú vero dettato di tutti i filosofi; che i Poeti fanno classe a parte, e non sono cittadini di una sola società ma dell’intero universo. E per verità chi misurasse la sapienza delle nazioni dalla eccellenza de’ loro poeti, parmi che non iscandaglierebbe da savio. Né savio terrei chi nelle dispute letterarie introducesse i rancori e le rivalità nazionali. Omero, Shakespeare, il Calderon, il Camoens, il Racine, lo Schiller per me sono italiani di patria tanto quanto Dante, l’Ariosto e l’Alfieri.
...
La gente ch’egli cerca, i suoi veri lettori stanno a milioni nella terza classe (la gente di media condizione che lavora, secondo Berchet). E questa, cred’io, deve il poeta moderno aver di mira, da questa deve farsi intendere, a questa deve studiar di piacere, s’egli bada al proprio interesse ed all’interesse vero dell’arte. Ed ecco come la sola vera poesia sia la popolare: salve le eccezioni sempre, come ho già detto; e salva sempre la discrezione ragionevole questa regola vuole essere interpretata." (G. Berchet, Lettera semiseria di Grisostomo)


Andrea Salvini

sabato 19 aprile 2014


Lotte politiche

"...Superioribus annis taciti indignabamini aerarium expilari, reges et populos liberos paucis nobilibus vectigal pendere, penes eosdem et summam gloriam et maximas divitias esse. Tamen haec talia facinora impune suscepisse parum habuere, itaque postremo leges, maiestas vestra, divina et humana omnia hostibus tradita sunt. Neque eos qui ea fecere pudet aut paenitet, sed incedunt per ora vestra magnifici, sacerdotia et consulatus, pars triumphos suos ostentantes; proinde quasi ea honori, non praedae habeant. Servi aere parati iniusta imperia dominorum non perferunt; vos, Quirites, in imperio nati aequo animo servitutem toleratis? At qui sunt ii, qui rem publicam occupavere? Homines sceleratissimi, cruentis manibus, immani avaritia, nocentissimi et idem superbissimi, quibus fides decus pietas, postremo honesta atque inhonesta omnia quaestui sunt. ... (Sallustio, Bellum Iugurthinum, 31)


Siamo a Roma, nel clima torbido e infuocato degli ultimi anni del II secolo a.C. Il lungo, sanguinoso e tormentato confronto fra optimates e populares ha avuto inizio circa vent'anni prima con la brutale soppressione di Tiberio Gracco in Senato, episodio che si potrebbe vedere come il "Caso Moro" dell'epoca. La classe dirigente romana non vuole assolutamente rinunciare ad una parte delle proprie ricchezze e del proprio potere per salvare la compattezza della società e dello Stato. Una guerra di second'ordine, quale è quella contro il re africano Giugurta, fa riesplodere il conflitto politico e sociale in Italia. La classe dirigente, e dominante, degli optimates conduce la campagna militare in modo scandalosamente arrendevole ed è pronta a qualunque tipo di compromesso pur di disimpegnarsi al più presto, compreso il farsi corrompere dall'oro del "tirannello" africano.
Gaio Memmio, uno dei leader dei populares, pronuncia un discorso veemente davanti al popolo romano in cui denuncia le malefatte degli optimates. Ci sembrano particolarmente interessanti le prime righe del brano che abbiamo riportato: negli anni precedenti ci si sdegnava in silenzio che l'erario venisse saccheggiato [aerarium expilari], che re e popoli liberi pagassero il tributo a pochi nobili, che nelle mani delle stesse persone si trovasse la suprema gloria e le più grandi ricchezze [penes eosdem et summam gloriam et maximas divitias esse].
Ancora più interessanti le ultime righe del brano che abbiamo proposto. Chi sono quelli che si sono impadroniti dello Stato? [At qui sunt ii, qui rem publicam occupavere?] Uomini rotti a ogni crimine, dalle mani insanguinate, dalla smisurata avidità, disposti ad ogni crimine e allo staesso tempo pieni di superbia, per i quali i valori più sacri [fides decus pietas] sono fonte di guadagno...
Vediamo qui, insomma, la denigrazione pubblica e violenta della classe dirigente, resa possibile dalla natura parzialmente democratica della Repubblica romana e dalla forza che aveva assunto in quegli anni il partito dei populares. Assaporiamo questo clima politico tormentato attraverso Sallustio, vero maestro di chi scrive di storia, e viene inevitabile fare qualche confronto con quanto vediamo e sentiamo ogni giorno. Cerchiamo di ricordare da quando ci vengono additati come scandali gli "stipendi d'oro" e le "auto blu", le "mazzette"... e ci sembra di vivere in questo clima già da troppo tempo.

Andrea Salvini